Dalla psicoterapia all’autoeducazione

psicoterapia-educazioneViviamo in una società e in una cultura dove non c’è più spazio nella nostra mente, affollata da pensieri, da idee, concetti, credenze di ogni genere, e in città dove il traffico è frenetico, e gli spazi sono sempre più ridotti a causa dell’urbanizzazione.

La natura non viene più percepita dall’uomo come un immenso spazio da ammirare, su cui far riposare il proprio sguardo, ma è un vuoto da riempire.

Analogamente l’uomo si relazione alla propria mente come fosse un qualcosa da “ingrassare”, da appesantire, fino a farla scoppiare.

Il filosofo greco Plutarco, affermava che “la mente non ha bisogno, come un vaso, di essere riempita, ma piuttosto, come legna, di una scintilla che l’accenda e v’infonda l’impulso della ricerca e un amore ardente per la verità.”

Non è un caso che fin da piccoli veniamo trattati come sacchi vuoti da riempire e di conseguenza gli anziani vengono percepiti come sacchi pieni da buttare; come un bambino attraverso questo processo di “riempimento” perde a poco a poco la sua innocenza, la sua innata vitalità e creatività, analogamente la natura che ci circonda perde, a causa dell’urbanizzazione, la sua straordinaria bellezza, la sua semplicità e genuinità.

Il caos delle città d’oggi non è altro che lo specchio fisico, il riflesso speculare della mente dell’uomo: un mondo mentale troppo trafficato, frenetico, disorganizzato, dove non vi è più tempo e spazio per vivere, ma soltanto per esistere.

Come questo processo di “riempimento urbano” ha generato inquinamento ambientale così l’atteggiamento dell’uomo d’oggi, di concepire la mente come un vuoto da riempire, ha generato inquinamento psichico o più semplicemente ciò che la psicologia chiama patologie mentali.

Ad esempio, molti affermano che il fenomeno sociale del consumismo è causato da un sensazione di vuoto interiore, da “una fame di vita”, ma l’antropologo e scienziato B. J. Lyer non è dello stesso avviso. Secondo Lyer, l’atto consumistico, non è un atto di riempimento ma è esattamente il contrario: è un tentativo disarticolato, disorganizzato, disordinato, nevrotico, aggressivo e al contempo difensivo di svuotamento. L’uomo si sente soffocato da questo macchinoso processo di “riempimento” dove l’esistenza schiaccia la vita, dove l’esistere riempie il vivere, dove “più cose esistono, meno si vive”.

In realtà l’ “homo consumens”, così definito dal sociologo Zygmunt Bauman, attraverso l’atto consumistico, cerca di distruggere quell’esistente che gli impedisce di sentirsi vivo, con la speranza che attraverso quest’atto distruttivo possa ricreare quello spazio perduto.

Ovviamente l’uomo non è cosciente di questo processo perché si trova all’interno di esso. Egli riuscirà, forse un giorno, a raggiungere il risultato sperato ma il prezzo che pagherà sarà di distruggere tutto ciò che esiste, compreso se stesso. Se l’uomo continuerà ad assecondare questo processo, nel momento in cui avrà nuovamente la possibilità di vivere e non solo di esistere, la razza umana sarà oramai estinta.

Per questo motivo c’è bisogno di un approccio educativo e pedagogico che ci riporti all’origine etimologica della parola educare, all’educere, al condurre fuori le nostre potenzialità, la nostra creatività, i nostri talenti che sono stati cristallizzati, congelati e mortificati dall’istruzione scolastica e da una errata concezione dell’educazione.

L’uomo d‘oggi più che essere sicuro di capire o essere obbligato a capire, ha bisogno di essere libero di comprendere. Questa libertà può essere offerta dall’autoeducazione: un processo pedagogico centrato sull’adulto, di cui i principi base, come la pedagogista Maria Montessori ci fece notare più di mezzo secolo fa, dovrebbero essere applicati fin dall’infanzia.

Questo lavoro autoeducativo ha degli aspetti che possono essere considerati terapeutici anche se non è psicoterapia. Lo scopo finale della psicoterapia è ottenere un contatto sensibile e diretto con i propri conflitti, i propri malintesi, le proprie attitudini distruttive, le proprie resistenze, le proprie emozioni negative e i propri sentimenti repressi.

Tutto ciò è necessario ma nel lavoro di autoeducazione è solo un mezzo, non il fine, che ci introduce ad una seconda e essenziale fase che consiste nell’apprendere come attivare le nostre potenzialità creative e realizzative: quella fiamma interiore che Plutarco ci invita ad alimentare. I problemi della personalità non possono essere risolti e dissolti se non viene sviluppato e “utilizzato” un reale contatto con il proprio centro coscienziale.

Affinché tutto ciò possa essere attivato, dipende dall’individuo che si introduce sul percorso dell’autoeducazione: dai suoi blocchi interiori, dalle sue idiosincrasie, dal suo carattere, e dai suoi pregiudizi. Quanto prima egli riesce ad attivare e usare l’inesauribile fiamma, fonte d’ispirazione e di forza che ha dentro di sé, tanto più semplicemente e rapidamente può affrontare gli ostacoli e i conflitti.

Detto ciò, è chiaro che l’autoeducazione non è psicoterapia, anche se può avere alcune metodologie in comune con essa. Ogni essere umano avverte un impulso spontaneo a realizzarsi in senso emotivo e creativo. Tale impulso proviene dagli strati più profondi della coscienza.

L’obiettivo dell’autoeducazione è di offrire ad ogni individuo degli strumenti che possono aiutarlo a sviluppare, esprimere e liberare quelle facoltà e potenzialità che sono state bloccate da idee erronee o malintesi costituiti nell’età infantile, che tuttora vivono nella nostra psiche sotto forma di generalizzazioni ad alto contenuto emotivo.

Il potenziale creativo ostacolato essendo “materia” o energia psichica vivente in continuo movimento, si converte nel suo opposto, in distruttività, che si può esprimere in modo implosivo, verso noi stessi, esplosivo, verso gli altri o il mondo, o in entrambi i modi, danneggiando notevolmente la nostra autostima o autovalutazione, la nostra capacità di autoaffermazione, di autoesplorazione, di autosservazione, di autodeterminazione, la nostra autonomia e in ultima analisi la nostra autorealizzazione.

Quando l’espressione del nostro potenziale creativo è ostacolato, l’autostima si trasforma in autoindulgenza o severità, l’autoaffermazione diviene prepotenza, presunzione, orgoglio, arroganza o il suo opposto, vittimismo; l’autoesplorazione si trasmuta in ricerca spasmodica e nevrotica di approvazione, l’autosservazione diviene giudizio, condanna, autogiudizio e/o autocondanna, l’autodeterminazione diviene ostinazione e l’autonomia diviene isolamento e/o egoismo.

Il compito dell’autoeducazione e dell’autoeducatore quindi è di aiutarci a ricreare quello spazio perso e le condizioni necessarie affinché la mente possa rientrare naturalmente e spontaneamente in armonia con il proprio “ritmo” creativo.

L’autoeducatore non ci istruisce alla vita ma lascia semplicemente che ogni insegnamento si riveli ed emerga da solo all’interno di noi affinché tutto accada e cada da solo, come un frutto che quando è maturo cade spontaneamente dall’albero che l’ha generato invece di essere strappato prematuramente oppure nutrito in modo artificiale o innaturale attraverso un sofisticato esercizio intellettuale o una convulsa e estenuante indagine psicologica.

Se vuoi approfondire il mio metodo autoeducativo “Three Minds” vai qui

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