Avere talento o essere genio?

albert-einstein-genioIn questo articolo ho deciso di intervistare il mio amico Frank Head, cantautore e vincitore del premio della critica Mia Martini nella categoria giovani Sanremo 2008.

L’oggetto di questa intervista saranno il talento e il genio e la sottile, ma pur sostanziale, differenza che li separa. Nata da ore di discussioni e ferventi scambi di opinioni sull’argomento, ho pensato di postarvi parte di quelle conversazioni, sperando di fornirvi un’indicazione di massima sulla natura e le caratteristiche dell’uno e dell’altro e, soprattutto, offrirvi uno spunto di riflessione su come oggigiorno spesso incorriamo nell’errore di confondere il talento con il genio, rischiando di seguire modelli sbagliati e fuorvianti.

Nel mio precedente articolo sull’autostima ho affermato che l’artista non è un ottimo modello di autostima, tu che fai parte della categoria cosa ne pensi?

Non amo particolarmente il termine artista, preferisco la parola creativo, perché tutti quanti lo siamo a nostro modo. Su questo la penso un po’ come Claudio Baglioni in “Stelle di Stelle”: quei cialtroni degli artisti sognatori pederasti tristi, incantatori aquilonisti, egoisti.
Se proprio devo usare questo termine allora l’artista, per me, è un ombrello girato che raccoglie le gocce che cadono dal cielo durante una tempesta creativa, e non ha paura di bagnarsi.

Ma non tutti quelli che ci sembrano artisti sono così. Esiste l’artista che cerca l’approvazione dal pubblico usando il proprio talento ai fini del successo e non dell’arte, come ben sappiamo, però, il successo non rappresenta il valore.

Un giorno incontrai Rocco Papaleo in ristorante del centro a Roma, e mi consigliò di leggere “Lettere a un giovane poeta” di Rainer Maria Rilke. Un anno dopo, un passo dello stesso libro, mi venne letto da Alfredo Rapetti in arte Cheope e successivamente dallo stesso Mogol mi venne chiarito in una delle prime lezioni alla scuola per autori CET.

Ve lo voglio sottoporre, a me è servito:

Lei domanda se i suoi versi siano buoni. Lo domanda a me. Prima lo ha domandato ad altri. Li invia alle riviste. Li confronta con altre poesie, e si allarma se certe redazioni rifiutano le sue prove. Ora, poiché mi ha autorizzato a consigliarla, le chiedo di rinunciare a tutto questo. Lei guarda all’esterno, ed è appunto questo che ora non dovrebbe fare. Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice «io devo» questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità. La sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi insegna e testimone di questa urgenza. Allora si avvicini alla natura. Allora cerchi, come un primo uomo, di dire ciò che vede e vive e ama e perde.
Un’opera d’arte è buona se nasce da necessità… guardi dentro di sé, esplori le profondità da cui scaturisce la sua vita; a quella fonte troverà risposta alla domanda se lei debba creare. La accetti come suona, senza stare a interpretarla. Si vedrà forse che è chiamato a essere artista. Allora prenda su di sé la sorte, e la sopporti, ne porti il peso e la grandezza, senza mai ambire al premio che può venire dall’esterno. Poiché chi crea deve essere un mondo per sé e in sé trovare tutto, e nella natura sua compagna. Forse, però, anche dopo questa discesa nel suo intimo e nella sua solitudine, dovrà rinunciare a diventare un poeta (basta, come dicevo, sentire che senza scrivere si potrebbe vivere, perché non sia concesso). Ma anche allora, l’introversione che le chiedo non sarà stata vana. La sua vita in ogni caso troverà, da quel momento, proprie vie; e che possano essere buone, ricche e ampie, questo io le auguro più di quanto sappia dire.”

Un’altra cosa che trafisse la mia anima durante le prime lezioni tenute da Mogol, fu il fatto che lui affermava che l’arte è figlia del cielo. Diceva: “bisogna ridare verginità alle parole” e come affermava Rilke, bisogna guardare il mondo con gli occhi di un uomo/bambino che lo vede per la prima volta.

È questo il nocciolo della questione, la necessità in arte come afferma Carmelo Bene è un mancato e non è una mancanza.

L’artista che cerca approvazione non ha autostima perché si vende al pubblico più di donarsi al pubblico, no?

Si prostituisce al pubblico invece di fare l’amore con il pubblico. È un autoerotismo artistico più che un amplesso creativo.

Secondo te il talento è indipendente dall’autostima?

In termini artistici sì, in termini umani no. Prendiamo ad esempio Jim Morrison e Jim Hendrix, umanamente avevano delle personalità distruttive, ma hanno prodotto a livello musicale dei grandi capolavori. Dall’altro lato, ci son artisti come Bob Dylan e Sting che hanno vissuto questo duplice aspetto con più equilibrio. Per usare dei termini bruniani gli artisti sono solari o umbratili, una sorta di catalizzatori di energie psichiche collettive che quando non riescono più a gestire a causa della mancanza di autostima, di un io ben definito, possono perdersi e addirittura bruciarsi. Prendiamo ad esempio il “club dei 27”.

[twittmyphrase url=”http://goo.gl/owMqAi” mention=”AnalogaMente “]  “Ci sono delle cattive qualità che producono grandi talenti.” François de La Rochefoucauld [/twittmyphrase]

Anche Nietzsche fece questa distinzione tra artisti apollinei e dionisiaci. Apollo è il dio dell’equilibrio e della misura mentre Dioniso è il dio dell’estasi e della sfrenatezza. Jim Morrison, quindi, possiamo definirlo un artista dionisiaco che cerca di superare se stesso, ma lo fa autodistruggendosi fisicamente invece di trascendere se stesso a livello psicologico a causa molto probabilmente di un mancanza di autostima di un io forte da trascendere. È un concetto fondante anche del mio metodo: conoscere e riconoscere per poi lasciare andare.

Sì, durante la creazione del secondo disco, di prossima uscita, nelle mie ricerche per la scrittura dei testi, mi sono imbattuto in Orfeo che a mio avviso rappresenta l’esempio dell’artista geniale che coniuga gli aspetti dionisiaci con quelli apollinei. Bisogna scende e risalire dai propri inferi per creare qualcosa di profondamente autentico e vivo. Bisogna perdere una parte del proprio io per dare spazio a un graffio di cielo, c’è bisogno di perdere tutto affinché l’aspetto divino, geniale, ci inabiti.

Qual è per te la differenza tra il talento e il genio?

Il talento contempla la bellezza il genio la trascende.

Quindi, ricollegandoci a ciò che abbiamo detto precedentemente possiamo affermare che l’artista dionisiaco è tra il talento e il genio, perché c’è in lui la tendenza a trascendere se stesso, soltanto non avendo un io forte da trascendere annienta fisicamente se stesso.

Sì, quando nell’opera d’arte è presente l’io dell’artista, la sua prevaricante individualità allora c’è il talento, quando invece l’io viene trasceso allora si manifesta il genio. Non si dà opera d’arte, ma si è opera d’arte. Concetto caro e ampiamente esposto da Carmelo Bene. Il genio in altre parole produce arte che ha radici in cielo e rami in terra, ed ecco perché i frutti possono essere colti da tutti in qualsiasi stagione della vita, mentre oggi il talento produce fragole di serra, e come voi tutti potete ben capire, hanno tutto un altro gusto.

Sei d’accordo che ogni essere umano ha un talento?

Sì, ma per molti questo talento non viene nutrito da bambini.

Secondo te come può essere risvegliato?

Il talento c’è sempre e c’è in tutti non si addormenta mai, siamo noi che ci siamo addormentati.

Quindi qual è il consiglio che dai a chi pensa o si è convinto di essere senza talento?

Nutrite il bambino entusiasta che in voi.
Liberate la sua curiosità.
Accendete la vostra sana follia.
Diventate sognatori e non il sogno.

[twittmyphrase url=”http://goo.gl/owMqAi” mention=”AnalogaMente “] “Il talento è ciò che è in potere dell’uomo; il genio è ciò che ha l’uomo in suo potere.” James Russell Lowell [/twittmyphrase]

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2 commenti
  1. Mi piace soprattutto la parte in cui è descritto il brano di Rilke, dove si evidenzia la necessità di volgersi all’interno per indagare profondamente i motivi che potrebbero spingere qualcuno alla scrittura indipendentemente dalla “definizione” di poeta. Mi piace questo aspetto perchè interroga sulla necessità profonda della scrittura. Indipendentemente dall’esterno o da un possibile mero risultato/riconoscimento esterno.
    L’altra parte che mi piace molto in questo articolo è la correlazione tra autostima e talento, nell’aspetto specifico che porta il cosiddetto artista a trascendere se stesso, e il genio a trascendere il proprio Io, lasciando morire una parte di se stesso che è poi è quello che succede anche in certi rapporti d’amore. Lasciare morire una parte di sè, per creare anche nella relazione qualcosa di nuovo. Un po’ come accade nel processo creativo.

    • Grazie Lucia.
      Sono totalmente d’accordo con te. ;)
      Lasciar morire una parte di sé vuol dire esattamente questo: abbandonare il mondo dell’io (dell’aldiquà, del “solo”) ed entrare nel mondo del noi (dell’aldilà, dell'”uno”).
      Ma questo “noi” non deve essere una idea o un ideale che schiaccia l’io (una morte degenerante), deve essere una sorta di humus psichico che lo libera dall’io (una morte rigenerante): come un seme che si apre e muore, ma nel morire dà vita ad un io non più “solo”, ad un io che superare i propri limiti in cui è rinchiuso e diventa un germoglio che si integra con la terra, con un qualcosa di più grande.

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