Aspetta solo di cadere e sarai libero

lasciati-cadereQuesta è la seconda parte dell’intervista “Non c’è via di uscita” .

Attenzione: Se non hai letto le avvertenze contenute nella prima parte dell’intervista potresti essere infastidito dal linguaggio utilizzato.

A tuo rischio e pericolo!

I: Cos’è quella forza che mi porta a conoscere o ad ignorare?

A: Non lo so, e non mi interessa saperlo, tu forse vuoi saperlo perché vuoi continuare a controllare, possedere e avere un comando su delle forze, ma io sono un anarchico e non sono né interessato a comandare, né ad essere comandato.

I: Cosa intendi per anarchico?
A: L’anarchia non è un qualcosa di distruttivo, diviene distruttiva solo se da essa viene astratta o estratta, entrando e uscendo dalla mente qualcos’altro. La parola anarchia proviene dal greco “an-archein” che vuol dire non-comandare. Il vero anarchico è colui che non ha nessun interesse a comandare. Quindi, tutti quegli uomini che nel passato sono stati definiti degli anarchici, non erano degli anarchici, ma erano soltanto degli alienati o dei ribelli.

L’abolizione di ogni potere costituito e la libera espansione delle energie individuali è cosa buona, soltanto non possiamo attuarla attraverso un comando, quindi uno sforzo, non possiamo pretenderla, utilizzando la forza, sarebbe una contraddizione, possiamo soltanto dare lo spazio necessario affinché questo accada naturalmente, senza sforzo, e quindi senza comando. Esseri liberi, vuol dire essere liberi anche dal comando in senso assoluto.

I: Quindi non c’è nessuna differenza tra la libertà e l’anarchia.
A: Esattamente! Ma anche la libertà diviene un ostacolo se viene mentalizzata, cioè se si cerca di custodirla o di preservarla in un luogo: dentro o fuori la mente, nell’aldiquà o nell’aldilà. La libertà “custodita” non è più libertà, ma è chiusa in un cofanetto mentale, in un luogo mentale. Se stai difendendo la tua libertà, allora vuol dire che sicuramente ciò che stai difendendo non è la vera libertà, ma è una prigione che ha preso le sembianze della libertà.

I: Mentre ti ascoltavo mi venivano alla mente le parole di Gesù, quando dice di porgere l’altra guancia.
A: Infatti, la vera libertà è nella resa totale, nell’assoluta non-difesa.

I: Ma come fai a non difenderti quando qualcuno ti percuote la guancia?
A: Chi mi percuote la guancia lascia su di essa solo il segno della sua prigionia, e più batterà la sua mano sul mio volto più rafforzerà la convinzione dentro di sé che è in una prigione. Il rossore o il sangue che uscirà dal mio volto non è il segno del mio martirio, ma è soltanto il segno tangibile della sua prigionia.

I: Ma potrebbe anche ucciderti.
A: E cosa importa tanto prima o poi finirò. (risate)

I: Ma non hai paura di morire?
A: Paura? Se hai paura di morire non potrai mai amare: se osservi attentamente la parola amore puoi notare facilmente che ha un suffisso simile alla radice della parola morte: a-mor e mor-te. Qualche mese fa’ ho scoperto che nel dialetto dell’isola di Sein, un’isola situata a nord della Bretagna, esiste una parola che ha la stessa radice: “mor”, che tradotta in italiano è mare. Non è un caso che la parola amare contiene in essa la parola mare: perché il mare esprime grandezza, infinità, immensità, proprio come l’amore. Quindi, se vuoi davvero essere libero di nuotare in questo mare devi necessariamente liberarti dalla paura di finire, di morire, di affogare. Ciò che chiami amore è un mare infinito sì, ma di guai. (risate)

La conoscenza come l’ignoranza sono solo due differenti salvagenti, che è vero che ci permettono di non affogare, ma non aiutano nemmeno a liberarci dalla paura di affogare, di finire. Sono solo due diversi espedienti per rimandare e per non affrontare la nostra paura, e se qualcuno si avvicinerà a noi con l’intenzione di toglierci il nostro bel salvagenti scapperemo o lotteremo con tutte le nostre forze per non farcelo strappare via. E questa la chiamiamo libertà?!

I: Sì, ma come si fa a superare la paura di morire?
A: La paura non si può superare, ogni tentativo per superarla è inutile, bisogna semplicemente abbandonarsi ad essa, senza difese, immergersi in essa fino a restare senza respiro. Solo allora una nuova forza nascerà in noi naturalmente, e come per magia non sentiremo più il bisogno né di vivere, né di morire, ma saremo finalmente liberi di non-essere.

I: Cosa intendi per essere liberi di non-essere?
A: Semplice! Tutti noi nasciamo e veniamo educati per diventare qualcuno, per dire un domani “sono questo” o “sono quello”. Io non sono interessato ad essere, perché essere, per me, vuol dire custodire la mia libertà, imprigionare la libertà. Che senso ha affermare io sono questo o io sono quello, se non so realmente chi sono?

I: Ma dalle tue parole, sembra che tu sappia benissimo chi sei.
A: L’unica differenza che c’è tra me e te è che io so di non essere, mentre tu continui a pensare di essere qualcosa o qualcuno, e ti affanni per dimostrarlo al mondo. Smettila di essere qualcuno o qualcosa e sarai libero di non essere.

I: Sei molto bravo a rispondere alle domande che ti vengono poste, ma non mi convince quello che dici.
A: Io non ho nessuna intenzione di convincerti, tu sei libero anche di non essere d’accordo con ciò che dico, io non pretendo che le persone siano d’accordo con ciò che affermo. Ho piacere che le persone mi contraddicono, perché dalla contraddizione traggo energia.

I: Come fai a trarre energia dalla contraddizione?
A: La contraddizione crea dei buchi nel muro della conoscenza-ignoranza che permettono di far passare luce, e quindi energia. Se osservi la parola contraddizione, viene fuori la parola contro l’addizione. Cosa è contro l’addizione?

I: La sottrazione!
A: Esatto! Quindi, possiamo affermare che tutto ciò che è contro l’addizione è una sottrazione. Ogni sottrazione, come dice la parola, sottrae e non aggiunge conoscenza, quindi ogni contraddizione sottrae dal muro della conoscenza-ignoranza un mattone, creando così dei fori dove la luce può passare. Quando tutti i mattoni saranno sottratti, sarai totalmente libero di vedere la luce, in tutta la sua pienezza. In realtà, la minestra che chiamiamo vita non ci piace, solo perché abbiamo aggiunto (addizionato) del sale (la conoscenza) a un qualcosa che è già salato.

I: Trovo che sia molto originale ciò che dici.
A: Semplicemente perché uso i miei occhi per vedere la vita, e non gli occhi di altri. Di solito l’uomo utilizza concetti e idee di altri come lenti per vedere meglio la vita, o come dei righelli per “misurarla”, o valutarla, ma agendo in questo modo, vive la vita degli altri e non la propria. Vive una vita piena di contraddizioni, perché molte delle idee che ha acquisito ciecamente dall’esterno, solo perché apparentemente affascinanti, sono totalmente opposte fra di loro, ed è per questo che viene spesso giudicato un ipocrita, o un falso, un incoerente, perché non traspare da lui niente di originale, di autentico, di unico. Che poi colui che vive nella contraddizione viene giudicato un incoerente da un altro uomo che vive anch’egli nella contraddizione poco importa, questo rafforza solo la convinzione che l’umanità si trova attualmente in un circolo vizioso molto stretto e folle, che lo sta imprigionando sempre di più.

I: Tu come sei uscito da questo circolo vizioso?
A: Quando nasciamo siamo liberi, senza nessun bagaglio conoscitivo, quindi camminiamo liberi e leggeri per il mondo. Ma già dai primi anni di vita i nostri genitori ci educano ad avere dei bisogni, quindi implicitamente ci inculcano l’idea che non siamo esseri perfetti, ma dobbiamo aggiungere sempre qualcosa alla nostra vita per essere completi, e per fare strada in questo mondo. E’ esattamente come il discorso dell’addizione di cui abbiamo parlato prima.

Successivamente ci vengono indotti altri bisogni che si vanno a sommare a quelli che ci sono stati indotti dai nostri genitori: quelli indotti dai nostri insegnanti, dal nostro datore di lavoro, dai mass-media e per chi è più fortunato (risata) anche quelli indotti dal nostro maestro spirituale, o dalla nostra guida spirituale, che ci dice che abbiamo bisogno di una cosa che ci manca: la fede.
Quando parlo di bisogni non mi riferisco ai bisogni primari o naturali, ma ai bisogni indotti, a quei bisogni non reali, che sono solo frutto di costruzioni mentali, di paure non affrontate.

Tutti questi bisogni che accumuliamo durante il nostro cammino di vita, e che teniamo stretti stretti tra le nostre braccia, (perché nessuno mollerà mai i propri bisogni) sono talmente tanti, che non solo rendono pesante e faticoso il nostro cammino, ma ci impediscono di vedere anche la strada su cui stiamo camminando. È come quando un uomo porta in braccio una pila di libri talmente alta da coprirgli la visuale. Prima o poi tutti inciampiamo su di un ostacolo, è inevitabile, e non solo cadremo, ma anche i nostri bisogni cadranno, e si romperanno.

Alcuni di noi si rialzano disperati, raccogliendo da terra anche i propri bisogni, o almeno quelli che sono rimasti intatti, andandosene così a cercare faticosamente dei nuovi in sostituzione, mentre ci sono altri uomini che una volta caduti, si rialzano, ma lasciano per terra tutti i loro bisogni, sia quelli intatti che quelli rotti, rincominciando così nuovamente a camminare nel mondo come quando erano appena nati: liberi e leggeri!

Ecco, io sono uno di quelli, che è caduto, ma che quando si è rialzato ha lasciato per terra tutti i suoi bisogni, ed ora mi sento più leggero, corro e cammino fischiettando per il mondo, libero da qualsiasi bagaglio, da qualsiasi pesantezza. Non si può uscire dal circolo vizioso in cui si trova l’umanità, e ogni tuo tentativo di uscire fuori è inutile, aspetta solo di cadere, perché prima o poi cadrai è inevitabile, e quando sarai caduto e con te tutti i tuoi bisogni, lasciali per terra e incomincia a camminare libero e leggero: vedrai che sarà molto interessante sperimentarlo, o meglio ri-sperimentarlo.

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